Ascoltare la città

Bologna Forum Civico ha svolto a partire dall’estate del 2020 una intensa attività di ascolto della città e delle sue voci più significative. Ha incontrato cittadini, esperti ed opinionisti, responsabili di associazioni e di organizzazioni professionali e sociali e li ha interrogati senza pregiudizio sullo stato di salute dell’organizzazione urbana, della vita civica e della pubblica amministrazione.

In questo documento si raccolgono in estrema sintesi le valutazioni ritenute più importanti e maggiormente diffuse. Sia in ordine allo stato di fatto della realtà cittadina che alle prospettive di buon governo in vista delle prossime elezioni amministrative d’autunno.

Il documento viene inviato all’opinione pubblica, alle forze sociali e politiche, per favorire la ricerca e il confronto. E perché la competizione elettorale non diventi solo un terreno di lotta per ambizioni personali o di piccoli gruppi.

Da città modello a città normale

Da città modello a città normale Come è noto nei primi decenni del secondo dopo-guerra Bologna è stata rappresentata prevalentemente come città-modello e tale è stata ritenuta dalla maggioranza dei suoi cittadini e dall’opinione pubblica italiana e internazionale. Questo dato di fatto è in parte figlio di una efficace azione di propaganda politica promossa dal partito comunista che, fino alla sua mutazione nel 1990, ha guidato la città senza interruzioni, ma dall’altro corrisponde in qualche misura allo sforzo eccezionale che i massimi rappresentanti di quel partito a livello locale hanno effettivamente sviluppato per rendere credibile la loro prospettiva ideologica e politica. I tre capitoli fondamentali di questa storia sono stati la ricostruzione postbellica di Giuseppe Dozza, l’ammodernamento infrastrutturale di Guido Fanti e la rete di servizi sociali diffusi di Renato Zangheri e Adriana Lodi.

Molti hanno intravisto il crollo del modello a partire dal marzo del 1977 dopo l’uccisione dello studente Lorusso e lo sviluppo dei gravi moti giovanili che ne seguirono. Certo è che da quel momento a poco a poco subentra nel lessico politico delle stesse forze della sinistra al governo locale il termine “normalità”. Bologna, pur essendo bene amministrata, e in ciò l’aspetto propagandistico non è mai venuto meno, non è zona franca, esente dai notevoli problemi che tutte le realtà urbane italiane vanno incontrando. E la buona volontà del governo locale non è in grado di supplire da sola alla mancanza di una politica nazionale capace di garantire una “nuova qualità dello sviluppo” complessivo del paese. Il processo di normalizzazione è andato avanti negli anni ottanta e novanta, sotto la guida di sindaci come Imbeni e Vitali, ai quali si può riconoscere una certa dose di buona volontà o di ambizione ma non certo un adeguato livello di consapevolezza né di capacità realizzatrice.

Del resto tra “Cosa 1, Cosa 2 e Cosa 3”, tra querce, asinelli e ulivi che a fatica nascondevano la pochezza, l’incertezza identitaria e persino il conservatorismo del nascente partito democratico, la prospettiva di modello alternativo andava morendo da sola. L’emergere di evidenti sintomi di malessere urbano che assimilavano sempre più Bologna alle restanti città italiane era evidente: il costo crescente della vita e degli alloggi, la diffusione sempre più pericolosamente percepita di nuove forme di criminalità, il degrado urbano specie nel centro storico, l’inquinamento ambientale incontrollato, la burocratizzazione delle procedure amministrative e dei servizi sociali con il conseguente distacco tra cittadini e istituzioni, la crisi delle ideologie tradizionali e la diffusione di una cultura di massa sempre più omologante.

La presa d’atto definitiva di una tale normalizzazione è avvenuta nel 1999 con la conquista del Comune da parte dell’amministrazione civica di Guazzaloca, sostenuta anche dalle forze politiche di centro destra. Esorcizzata inizialmente come un incidente della storia e persino come il male supremo da coloro che in Comune si consideravano “padroni di casa” quella esperienza è stata a poco a poco riconosciuta dallo stesso partito democratico come una amministrazione in linea con la realtà normale di una città e dei suoi problemi nel quadro di una fisiologica alternanza democratica.

Da città normale a città malata

Nel primo ventennio del nostro secolo non solo si è finito per prendere atto che parlare di città-modello era diventato davvero anacronistico ma che anzi molte forme della realtà e della vita urbana andavano più propriamente valutate come sintomi di una vera e propria malattia. È difficile, a causa della complessità del problema, identificare con esattezza la diagnosi di questa malattia, ma forse è più semplice descrivere e valutare i diversi sintomi dell’attuale malessere urbano diffuso. Infine, è giunta la pandemia da coronavirus a colpire mortalmente la popolazione anziana, a spaventare le forze attive e produttive, a mortificare i bisogni di socializzazione dei ragazzi e dei giovani, a paralizzare i teatri, le forme di spettacolo, di uso del tempo libero.

Ora tutti vedono che abbiamo una città malata per la quale l’amministrazione che verrà eletta nel prossimo autunno dovrà trovare la cura migliore e più adegua-ta. Ma nessuna cura sarà pienamente efficace se non nascerà una nuova spinta dal basso, se i cittadini stessi non decideranno di essere da subito protagonisti della vita economica e produttiva, delle dinamiche sociali e culturali e anche della direzione amministrativa del Comune. I partiti politici, vista la loro trasformazione radicale anche solo in termini di rappresentanza socia-le e culturale, non possono essere considerati i destinatari di una delega in bianco.

Ringiovanire la città

a crisi demografica era esplosa con evidenza già negli anni settanta del secolo scorso. L’allora arcivescovo Biffi, di fronte al crollo del numero delle nascite che in poco tempo era passato da circa cinquemila all’anno a poco più di duemila, aveva formulato una diagnosi di città “sazia e disperata”. Non fu molto ascoltato e la crisi demografica è proseguita negli anni successivi in modo costante, nonostante una parzialissima correzione di tendenza dovuta ai flussi migratori dall’estero. Oggi la tendenza demografica alla stagnazione è diventata di dimensioni nazionali. Tutti vedono che il basso livello di natalità, il trasferimento di residenti in altre città e la problematicità delle forme di immigrazione dall’estero hanno determinato un patologico invecchiamento medio della popolazione residente. Non ci sono state finora proposte credibili per invertire almeno parzialmente questa tendenza. E così la città sembra condannata a un inesorabile declino.
Non esiste una cura che da sola possa ribaltare questa situazione. Vanno perseguite, in modo coordinato con altri soggetti, tutte le scelte possibili tra diversi tipi di intervento.

Sostegni economici e culturali alla formazione delle famiglie naturali (art. 29 Cost.) e incentivi alla natalità in forma di bonus bebè. Rilancio della forza attrattiva di Bologna come centro di studi universitari, favorendo, a partire dagli alloggi e dagli studentati, una migliore integrazione della popolazione studentesca con la vita cittadina. Favorire la qualificazione professionale e culturale degli studenti stranieri. Incentivi economici e formativi per la nascita e lo sviluppo di imprese promosse e gestite da giovani.

Organizzazione di incontri e di eventi legati ai bisogni e alle aspirazioni del mondo giovanile. Bologna, per la sua stessa collocazione geografica e per la sua identità storico-culturale, è un centro naturale di incontri, di scambi, di fiere, di congressi. Bisogna fare leva su questo dato d’identità per avviare un ringiovanimento della società bolognese.

Rilanciare la produzione

La forza economica di Bologna è sempre stata basata su un buon mix produttivo tra l’agricoltura, l’industria manifatturiera e il terziario del commercio e dei servizi.

I principali sintomi della crisi attuale sono, oltre all’indebolimento in tutti i campi dei principali indicatori produttivi, la chiusura e la trasformazione di aziende locali e anche di marchi storici nel vorticoso processo di globalizzazione, la quasi scomparsa dell’artigianato tradizionale, la finanziarizzazione crescente dell’intera economia con fenomeni di speculazione e persino di infiltrazioni mafiose su vasta scala.

La pandemia ancora in corso ha colpito gravemente molti ceti nei settori della ristorazione, dei viaggi, dello spettacolo e più in generale del tempo libero. Il turismo, che negli ultimi anni aveva avuto in città un lusinghiero trend di crescita, vive ora in uno stato di vera paralisi. Si calcola che in un anno siano stati cancellati nel territorio metropolitano circa 5000 posti di lavoro.

Il Comune dovrà effettuare interventi straordinari soprattutto in collegamento con le risorse europee che verranno messe a disposizione nei prossimi anni. Deve nascere subito un ufficio comunale in grado di fare da guida per l’accesso dei soggetti pubblici e privati ai fondi europei e per la loro gestione.

L’esperienza di Fico dimostra che inseguire le mode o gli interessi di gruppi ristretti non è la strada migliore per favorire la nascita di nuove imprese destinate ad avere un futuro certo e favorevole.

Particolare priorità va data ad un progetto di riconversione del settore della formazione professionale media e alta per immettere nel mondo del lavoro nuove figure professionali nei settori dell’economia digitale e circolare. Bologna è sempre stata terra di cooperazione produttiva. Bisogna restituire all’idea cooperativa una vera dimensione sociale diffusa e fare del terzo settore un terreno di crescita libera e dinamica. Più cooperazione e meno corporazione.

Assetto del territorio e riqualificazione urbana

Nonostante l’enfasi con cui da sempre gli amministratori di Bologna hanno esaltato le esperienze di pianificazione urbanistica, la città di Bologna è cresciuta in modo assai disordinato. La quantità di suolo consumato sono state in costante aumento pur nella tendenza al calo della popolazione totale residente.

Oggi Bologna, che ha circa centomila residenti in meno rispetto agli anni del suo massimo demografico, ha consumato soprattutto in pianura oltre il doppio di ettari del suo territorio. I piani urbanistici sono diventati strumenti velleitari e confusi. Si è passati dai piani regolatori senza scadenza ai piani strutturali, a quelli strategici, a quelli operativi, alle modifiche costanti di regolamenti urbanistico-edilizi e all’appesantimento insostenibile di norme burocratiche.

La qualità delle periferie urbane è assolutamente scadente. L’unica forma di urbanizzazione praticata è quella dello sviluppo del residenziale e delle grandi strutture commerciali. Nelle nostre periferie scarseggiano non solo le piazze e i parchi pubblici ma anche i centri culturali, i teatri, le gallerie d’arte, i luoghi di aggregazione e di ritrovo giovanili, gli impianti sportivi. La nuova amministrazione dovrà snellire le normative e avviare l’attuazione di un progetto per nuova qualità del territorio. Ciò che serve è un disegno nuovo di riqualificazione urbana che riduca il divario gerarchico tra centro e periferia e che indichi le forme di coesistenza dei tanti centri urbani in una unica città metropolitana.

Un disegno che sia molto di più di un modesto maquillage dell’esistente o della ricerca di forme bizzarre di arredo urbano. Un disegno che indichi in modo definitivo la collocazione delle piazze e dei parchi, dello stadio e degli impianti sportivi, dei teatri e delle strutture per la vita culturale, la destinazione finale delle aree ex militari e di tante altre aree in abbandono. Ma soprattutto che diventi operativo in modo graduale ma snello ed efficace, secondo priorità condivisibili anche nel periodico e democratico ricambio degli amministratori comunali.

Una mobilità sostenibile

Se si esclude la discutibilissima e faticosa realizzazione della navetta volante dall’aeroporto alla stazione ferroviaria il sistema della mobilità urbana è rimasto immutato negli ultimi 15 anni, nonostante la palese inadeguatezza delle strutture a far fronte alle esigenze della mobilità. Le soluzioni che sono state delineate negli ultimi anni appaiono fortemente negative.

Il cosiddetto passante di mezzo, che prevede l’allargamento dell’attuale assetto autostradatangenziale, appare decisamente dannoso per la città di Bologna: è costosissimo, richiede tempi lunghi di attuazione, aggrava ulteriormente le difficoltà di traffico durante la lunga fase di cantierizzazione, accresce, nonostante la promessa di interventi di mitigazione, il livello di danno ambientale prima di tutto sulla qualità dell’aria. In sostanza scarica sulla città di Bologna la soluzione di un problema che invece è di sicuro interesse nazionale e internazionale.
In secondo luogo, la realizzazione di una linea tramviaria, oltre ad essere anacronistica e poco adatta alla circolazione nelle vie del centro storico medioevale, risulta del tutto inutile rispetto ai moderni filobus recentemente introdotti e paralizzerebbe il traffico privato lungo la grande arteria della via Emilia Ponente fino a Borgo Panigale.

La nuova amministrazione dovrà affidare in tempi rapidi un incarico agli studiosi e ai tecnici della nostra Università per scegliere la più adeguata tra le varie proposte avanzate per la soluzione del nodo autostradale. Inoltre il finanziamento previsto per il tram non va perso ma va utilizzato per la realizzazione di un piano traffico che punti al radicale rinnovamento ecologico dei mezzi pubblici, alla radicale revisione dei percorsi delle linee attuali in modo da evitare il carico pesante degli autobus sulle vie del centro storico, alla realizzazione di ulteriori parcheggi sotterranei nelle zone limitrofe ai viali di circonvallazione, e alle altre misure utili alla fluidificazione del traffico veicolare, alla eliminazione delle barriere architettoniche che ancora oggi ostacolano gravemente la mobilità delle persone disabili. In questo quadro l’esperimento dei TDay va opportunamente valutato e superato verso forme definitive di estensione delle isole pedonali nel centro storico.

Respirare meglio

La qualità dell’aria che respiriamo, con particolare riferimento alla quantità di polveri sottili e di altre sostanze inquinanti, costituisce il principale problema ambientale della nostra città.

Il programma di mandato dovrà essere indirizzato non solo alla riduzione del traffico, alla sua fluidificazione e al miglioramento della qualità delle macchine in circolazione, ma dovrà intervenire massicciamente sulle emissioni degli impianti di riscaldamento favorendo il loro adeguamento alle più avanzate soluzioni offerte dalla moderna tecnologia. Nel quadro di una valorizzazione del verde e di una sua migliore manutenzione va posto l’obiettivo di accrescere annualmente la massa arborea complessiva con un programma consistente di piantagioni in tutti gli spazi pubblici e privati abbandonati. Del tutto velleitarie appaiono invece le ipotesi estetizzanti di inserimenti arborei e vegetali all’interno di spazi storici monumentali. Non ha alcun senso tingere di verde edifici, piazze e luoghi storici. Ci sono spazi enormi specie nelle periferie, ad esempio ai Prati di Caprara, dove migliaia di alberi veri devono rimanere ed altre migliaia possono essere impiantati.

Per favorire la pratica sportiva di massa, che a Bologna è molto diffusa, è assolutamente necessario favorire l’accesso e la fruizione degli spazi collinari migliorando i percorsi, garantendo i collegamenti tra di essi e favorendo lo sviluppo di spazi di intrattenimento, di attività sportive, di ritrovo e di vita sociale. A questo proposito potrebbe essere realizzato un intero anello ciclopedonale collegando la linea dei percorsi collinari con il lungo Reno, una fascia alberata a ridosso della tangenziale e il lungo Savena.

Una città più pulita e più sicura

a diffusione della droga, dallo spaccio anche palese al consumo diffuso, è il più grave sintomo della malattia sociale che colpisce la nostra gioventù. Non si può chiudere un occhio. Serve un piano di lotta che utilizzi ogni mezzo. Da quelli culturali e educativi soprattutto nel mondo scolastico e dell’associazionismo, al miglior utilizzo dei mezzi preventivi e repressivi. Va lanciato un appello a tutta la città per fare di Bologna un punto di riferimento positivo: l’uso della droga non è conquista di libertà ma una nuova pesante forma di schiavitù.

La pulizia e il decoro urbano sono il primo impatto dell’immagine di una città. Bologna sporca e degradata è una realtà alla quale non possiamo rassegnarci. Oltre a un miglior funzionamento dei servizi di manutenzione serve un piano di lavori socialmente utili, nel quale inserire sistematicamente, oltre ai volontari, i percettori di reddito di cittadinanza e di altre forme di sussidio pubblico, gli stranieri ai quali viene offerta accoglienza e, in questo modo, anche integrazione. Un intervento che sia in grado di trasformare sistematicamente il volto della città dal centro alle periferie.

L’attuale sistema di raccolta dei rifiuti appare inadeguato e soprattutto molto costoso. Bisogna superare l’attuale sistema di pagamento mediante tariffe commisurate alle superfici immobiliari di riferimento, passando all’oggettiva misurazione della quantità dei rifiuti eliminati.

La sicurezza dei cittadini, oltre ad essere affidata agli organi cui spetta la prevenzione e la repressione dei crimini, piccoli e grandi, sarà il risultato complessivo di tutti questi interventi migliorativi della qualità degli spazi pubblici e sulla loro vivibilità.

Solidarietà e lotta contro le povertà vecchie e nuove

La lotta contro le povertà vecchie e nuove si manifesta soprattutto in due modi: con l’impegno a una riduzione delle tasse, delle tariffe e delle bollette comunali e con il sostegno alle associazioni di volontariato e di assistenza.

La riduzione delle tariffe comunali è possibile.

Si è già detto di quelle sulla raccolta dei rifiuti, ma anche le bollette di gas e acqua possono e devono essere ridotte.

Sicuramente la crescita di una azienda come Hera ha favorito un miglioramento qualitativo strategico nel settore del gas e acqua. Ma il carattere pubblico del servizio deve tradursi prioritariamente in una riduzione significativa, come era ben chiaro nella logica delle aziende municipalizzate. Il fatto è che Hera agisce come una società privata e per di più in regime di monopolio. Perciò punta alla massimizzazione degli utili e non certo all’abbassamento dei prezzi e delle tariffe. E i Comuni, in quanto azionisti di Hera, incoraggiano questa tendenza allo scopo di aumentare il valore delle proprie azioni. Non è questo il concetto di acqua da tutelare come bene pubblico.

È necessaria a una profonda ridiscussione sia del carattere monopolistico del servizio, anche alla luce delle norme europee, sia del patto di sindacato che lega attualmente gli azionisti. La pubblica utilità di un bene si tutela principalmente rendendolo accessibile a tutti con un sistema di prezzi politici o controllati. Ugualmente va rivista la scelta sempre più vessatoria del pagamento degli spazi blu per la sosta delle auto il cui sistema è gestito in modo da puntare soprattutto sugli introiti delle multe e non certo su quello delle tariffe degli utenti. È una vergogna che gli spazi di parcheggio libero siano praticamente scomparsi da ogni via e piazza della città e che le entrate da multa siano diventate una delle maggiori certezze per le finanze correnti del comune. Bisogna ridurre in modo consistente gli spazi blu esistenti laddove essi sono inadeguati.

La seconda strada è quella di favorire la crescita materiale della solidarietà verso i bisognosi. Ben vengano nuovi padre Marella o padre Gabriele, ma non è un ritorno all’antico Ente Comunale di Assistenza e alla beneficenza pura e semplice ciò che qui viene proposto. Si tratta, invece, di coordinare tutti gli sforzi e le disponibilità pubbliche e private, religiose e laiche, in un unico ente pubblico di beneficenza o come si dice oggi in una Fondazione di Comunità. 

Al servizio del cittadino

La burocratizzazione degli apparati amministrativi ha trasformato la natura stessa del servizio pubblico. Ma non bisogna dimenticare che il cittadino non è un cliente ma il vero padrone, colui che paga i costi dei servizi. È una sfida dura cercare di capovolgere questa tendenza ma bisogna provarci.

Le buone pratiche da avviare e da sviluppare sono molteplici: eliminazione effettiva delle certificazioni inutili e snellimento delle procedure e tempi certi con il ricorso sistematico all’accesso digitale per l’acquisizione di certificati e documentazione; sostegno alle varie forme di volontariato individuale e associato sia per il valore in sé della partecipazione alla vita sociale sia come forma di contenimento della spesa pubblica;
l’esperienza della pandemia ci indica la necessità di una maggiore valorizzazione e una migliore organizzazione dei medici e degli operatori sanitari della medicina di base, sia nella fase di prevenzione delle malattie che della cura;
sviluppo di tutte le applicazioni informatiche che consentono di sentire in modo costante il parere dei cittadini sulle principali scelte di politica locale mediante consultazioni, referendum consultivi, concorsi di idee progettuali e altre procedure di cittadinanza attiva.

Città metropolitana e municipi

La città metropolitana è di fatto un nome che esiste solo sulla carta e che tutt’al più sostituisce la vecchia Provincia. Bisogna fare emergere una chiara volontà politica di procedere a una vera rivoluzione strutturale. La funzione dei quartieri sembra aver concluso la sua storia, molto ambiziosa nelle intenzioni ma parca nei risultati innovativi.

Bologna metropoli dovrà ristrutturarsi a partire dalla costruzione di veri e propri Municipi ben definiti territorialmente e istituzionalmente.

Un punto fermo è che il centro storico dentro le mura è una entità indivisibile e fondamentale che compendia in sé tutta l’idea storica della città e l’immagine stessa di Bologna nel mondo. Il Centro storico deve diventare il Municipio numero uno. Il resto della città attuale sarà costituito da quattro Municipi: Bologna Nord (direzione Ferrara), Bologna Est (direzione San Lazzaro), Bologna Ovest (direzione Modena), Bologna Sud (direzione Firenze).

I Comuni confinanti con Bologna e il Comune di Imola sono già costituiti come entità urbane ottimali.

Il restante territorio provinciale sia in pianura che quello collinare andrà accorpato mediante forme di associazioni volontarie tra i Comuni e non con artificiose fusioni dall’alto.

È inoltre evidente che se ogni municipio eleggerà il suo sindaco e il Consiglio, il sindaco metropolitano dovrà essere eletto con il voto diretto di tutti i cittadini metropolitani.

Nel contesto di una tale ristrutturazione del Comune diventa centrale il modo di amministrare il patrimonio immobiliare comunale. Esclusi i beni destinati a funzioni pubbliche esiste un patrimonio comunale di case, negozi, terreni, anche fuori Comune che ha la funzione di generare reddito e che non viene gestito con criteri di efficienza e redditività. Serve la creazione di uno strumento comunale innovativo per la gestione ottimale di tutto questo patrimonio. Le stesse case popolari oggi di proprietà comunale, circa 12 mila, non possono essere gestite da un Ente burocratico come l’Acer di natura ibrida fin dalla sua fondazione dopo lo scioglimento dello IACP. Va creata una società immobiliare pubblica capace di valorizzare al meglio tutto il patrimonio a disposizione.

Una cultura libera e creativa

Bologna la Dotta non può morire nel crescente processo di banalizzazione e commercializzazione che investe la vita culturale in generale e i vari settori di attività. Occorre puntare alla buona conservazione e valorizzazione dell’enorme patrimonio culturale di cui la nostra città dispone. Ma la vitalità di una cultura si misura soprattutto sul suo grado di innovazione creativa. E se è vero che la forza della cultura sta nelle capacità intellettive e creative delle singole persone, è innegabile che l’intervento pubblico deve favorire tutte le condizioni per consentire e sostenere questi processi.

Per far decollare una piena integrazione tra città e Università vanno stipulate convenzioni con tutti i dipartimenti universitari. Nel nostro territorio l’Università, oltre che sede privilegiata di un immenso patrimonio culturale da trasmettere alle giovani generazioni nel campo delle arti, della storia, della letteratura, della filosofia, può diventare anche la Silicon Valley della ricerca scientifica e tecnica del futuro.

Nel quadro di questa estesa collaborazione tra Città e Università appare necessaria la creazione di alcuni Centri unitari di iniziativa culturale:

A. Ente per la promozione e il coordinamento delle attività e manifestazioni artistiche, delle mostre e degli eventi dello spettacolo;

B. Centro di promozione della cultura Bolognese (storia, costume, dialetto, spettacolo…);

C. Centro per l’innovazione didattica e formativa teso a favorire i processi di apertura della scuola alla società, con la costruzione e la gestione di progetti per fare scuola fuori dalla scuola.

La formazione dei giovani del futuro non è un monopolio né delle strutture scolastiche né delle famiglie private. La sfida è quella di dare corpo visibile a ciò che la migliore pedagogia da molto tempo chiama “città educante”.

In relazione alla delineazione del nuovo modello della città metropolitana, ciascun Municipio dovrà essere fornito di centri culturali di eccellenza. Non più piccole biblioteche di quartiere, modesti spazi per lo spettacolo e l’attività artistica, ma in ogni municipio dovrà essere localizzato, anche in modo decentrato rispetto all’assetto attuale, un riconoscibile punto di eccellenza nei vari campi della cultura e dell’arte.

Una nuova spinta civica

Veniamo da una tradizione nella quale il ruolo trainate dello sviluppo civile sociale e culturale della città è stato affidato principalmente ai partiti politici, fondati su una solida cultura di riferimento, e alimentati dalla energia vitale dei duri anni della seconda guerra mondiale.

Ma oggi, lo dicono tutti, la loro funzione è mutata perché la società tutta è cambiata. Proprio per questo, ciò che maggiormente serve alla città non è la vittoria di un partito sull’altro, di un gruppo di potere rispetto ad un altro, ma un più generale sussulto della coscienza civica dei suoi cittadini.
Essere veramente civici significa che non si può delegare ai partiti ciò che non è ad essi delegabile.

E la civicità non può diventare una maschera per nascondere logiche partitiche poco presentabili.

Lo spirito civico vero è quello di chi, pur in un mondo globale, vuole continuare a credere che Bologna sia la casa migliore per sé e i propri figli.

Solo lo spirito civico vero può incoraggiare l’ingresso sulla scena politica e amministrativa della città di persone capaci, che abbiano dimostrato, con competenza e onestà, la loro eccellenza nella vita professionale e personale. La città ne ha massimamente bisogno.

Servono amministratori capaci, che sappiano ascoltare i cittadini ed anche guardare fuori dal recinto locale per studiare le migliori esperienze degli altri e apprenderne utili suggerimenti.

E serve soprattutto un periodico e fisiologico ricambio nella guida amministrativa del Comune. L’alternanza alla guida del governo locale è un bene in sé, un valore assoluto da perseguire in quanto tale.

A Bologna si sono sedimentate incrostazioni di potere, sono cresciuti legami non trasparenti tra soggetti economici e amministratori pubblici.

Quando un sindaco in carica considera naturale cedere il potere a un successore da lui stesso indicato e apertamente sostenuto da soggetti economici forti, siamo davanti a un sintomo di patologia al quale bisogna porre rimedio. Le prossime elezioni dell’autunno 2021 devono diventare una occasione storica per portare Bologna fuori dalla patologia e dalla decadenza. Serve una svolta che cancelli la paura, la rassegnazione, l’inevitabilità del declino. Non si fa buona politica senza la spinta di una rinnovata energia civica alimentata da una forte dose di speranza.